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Time out

Non so come ringraziarvi per la vostra assiduità nel leggere queste mie note e riflessioni e spero vivamente di essere riuscito a suscitare l'interesse che volevo nei confronti di temi che ritengo essenziali per apprezzare sempre più questo nostro gioco che continuo, malgrado tutto, a ritenere il più bel gioco (ripeto, sottolineo gioco) di squadra che mai sia stato inventato. Spero dunque che nel futuro continuerete a seguirmi anche per alimentare quei vivaci dibattiti fra di voi che seguo con estremo interesse con la birichina consapevolezza di essere stato quello che ha lanciato il sasso e poi nascosto il braccio.

Sì, parlo del futuro perché adesso per un paio di settimane sia io che il mio "administrator" Tommaso ci prendiamo un po' di pausa. Dal canto mio sarò occupato sia per una serie di presentazioni del mio libro che avverranno a Trieste e Gorizia (se qualcuno del vicinato sarà interessato tutti i dati saranno puntualmente riferiti sul sito) che per le prosaiche necessità del lavoro che malgrado tutto mi ostino a fare ancora. 

Presentazione del libro a Trieste

Sergio Tavčar presenterà il suo libro "La Jugoslavia, il basket e un telecronista - La storia della pallacanestro jugoslava raccontata dalla voce di Telecapodistria" giovedì 23 settembre alle ore 19 al Campo Primo Maggio, in Strada della Guardiella 7 a Trieste. L'evento è organizzato in collaborazione con l'Unione Sportiva Bor. L’autore ed il libro saranno introdotti dal presidente dell’US Bor, Igor Kocijančič.  Seguirà un dibattito libero anche su temi non necessariamente inerenti al basket. Per informazioni Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Si tratta della seconda presentazione del libro dopo quella tenuta a Staranzano ad inizio settembre.   copertina

In difesa dell'attacco

Vi capita mai l'impressione di parlare con un muro? Di essere cioè alle prese con gente che conferma in pieno il detto che non c'è sordo peggiore di quello che non vuol sentire? Ebbene, a me sta capitando proprio in questi giorni in merito alla famosa diatriba sull'attacco e la difesa. Allora chiarisco una volta per tutte il mio pensiero sull'argomento e, giuro, non vi ritornerò più neanche sotto tortura. Non potrebbe smuovermi neanche la minaccia di costringermi a vedere per intero una partita di regular season dell'NBA. Per dire.

Allora chiariamo subito. Ho fatto l'allenatore per più di 20 anni, dal minibasket ad una puntata in Serie D (anni '70, roba forte, tipo C-1 di adesso) e sarei un perfetto imbecille se non sapessi che senza difesa non c'è basket vincente. La cosa mi pare talmente ovvia che non mi sembrava neanche bisogno di menzionarlo. Il mio punto è perfettamente un altro ed è qui mi sembra di trovarmi di fronte ad un muro di incomunicabilità totalmente invalicabile.

Chissà, forse partendo da molto lontano riesco a farmi capire. Allora: cos'è che spingeva a suo tempo un bambino a prendere all'oratorio in mano un pallone da basket? (Oggigiorno c'è il minibasket al quale i bambini vengono spinti a viva forza, dunque il discorso cade – già questo sarebbe altamente significativo del fatto che il basket italiano è impiantato su basi perverse – ma lasciamo stare). Lo prendeva per darlo ad un compagno di giochi dicendogli: "Dai prova a fare canestro che ti mostro come te lo impedirò?" Oppure tentava di buttarlo nel canestro lui provando soddisfazione intensa quando ci riusciva? Parlo per esperienza personale: mia mamma era maestra di ricreatorio, straordinaria invenzione triestina per i bambini, e mi ricordo ancora, avrò avuto cinque o sei anni, il momento in cui, avendomi una volta portato con sé visto che non aveva dove lasciarmi, riuscii per la prima volta nell'impresa di fare canestro. Provai una gioia immensa e gratificante al massimo. (Per continuare a leggere clicca sotto su "leggi tutto")

All'attacco, finchè Durant

Finiti i Mondiali il sottoscritto è per un paio di giorni in ferie, momento di decompressione e di stacco (molto momentaneo) col basket. Ciò nondimeno penso sia opportuno fare un piccolo bilancio di quanto abbiamo visto in Turchia. Intanto: non si è visto del gran basket. La ragione è semplicissima: mancavano tantissimi ottimi giocatori, anzi, diciamo di più, mancava forse la maggior parte dei migliori giocatori al mondo. Salvo uno, ovviamente Kevin Durant che infatti, con buona pace di coloro che, grazie alla vittoria degli Stati Uniti, hanno vissuto orgasmi multipli, è stato di fatto quello che da solo ha fatto vincere gli americani. Sembrava il classico forte delle categorie giovanili che spopola nei campionati di categoria segnando come e quando vuole contro avversari palesemente inferiori nonché impotenti nel tentativo di fare qualsiasi cosa per fermarlo. Cosa che per chi ha sia giocato a basket che allenato è la sensazione più deprimente che si possa provare e già essa da sola vale una ventina di punti in più per l'avversario. Quando infatti lui rifiatava o, lodevolmente, tentava di coinvolgere i compagni, la compagine USA si incartava in tiri fuori da ogni logica, ogni tanto provava a giocare di squadra, ma alla fine prorompeva l'istinto da campetto dei giocatori americani moderni con tutto quel che ne consegue, leggi casino disorganizzato. (Per continuare a leggere clicca sotto su "leggi tutto")

Cose turche (dopo Turchia-Serbia)

Volevo oggi chiarire una volta per tutte la mia attitudine verso il basket americano, perche' anche dai commenti sembra che tutti diano per scontato che io sia un antiamericanista per principio e che disprezzi tutto quanto arrivi dall'altra parte dell' oceano. La vera situazione e' pero' molto piu' complicata ed appunto oggi volevo fare gli appositi distinguo per spiegare tutto.

 

Volevo. Ma non ci riesco. Sono troppo triste. Come sono triste ogni qualvolta il basket viene ucciso, il risultato di una partita viene stravolto, l'ingiustizia trionfa sovrana a causa dell'arbitraggio. Vi risparmio la tiritera che arbitrare il basket e' difficilissimo (piu' che vero), che gli uomini sono fallaci e tutte le menate del caso. A me interessano i casi in cui gli arbitraggi sono pilotati da coloro che possono con l'unico precipuo scopo di far vincere una squadra su un' altra per puri calcoli politici. In tutte queste manovre gli arbitri sono quelli che c' entrano di meno. Sabato per Turchia – Serbia sono stati designati tre arbitri sudamericani, stesso criterio usato nel quarto contro la Slovenia. La Slovenia, tenera e travolta dalla gragnuola di triple dei turchi, non poteva costituire avversario probante, per cui l'arbitraggio e' passato inosservato. Sabato no. I serbi, da bravi balcanici, eredi di una dinastia che ha comandato a lungo nel basket europeo anche a livello politico, si erano preparati in modo ammirevole dal punto di vista psicologico nei confronti di un arbitraggio che sarebbe stato altamente sfavorevole, per cui hanno tenuto i nervi a posto per tutto il match pur subendone di cotte e di crude al limite, se non spesso ampiamente oltre, dell'impudenza col giocatore turco che, dopo aver picchiato a man salva per un paio di minuti, faceva un'odiosa sceneggiata sul fallo che ogni tanto erano costretti a fischiargli. (Per continuare a leggere clicca sotto su "leggi tutto")

Gioco di parole

Tutti i popoli che, prima o poi, hanno dominato buona parte del mondo loro conosciuto si distinguevano per una caratteristica. Erano estremamente precisi nel significato delle parole che usavano: a data parola corrispondeva un preciso significato, per cui nelle comunicazioni, concretamente leggi, editti, ma anche istruzione, cultura, letteratura, scienza, tutto si svolgeva entro schemi rigidi ed inesorabili. I Latini dicevano: "Qui bene distinguit, bene docet". Questo precetto ci veniva inculcato quale prima regola durante le ore di latino per farci capire che confondendo i significati col cavolo che saremmo riusciti ad arrivare a capo di una difficile traduzione e per farci capire anche la ragione stessa per cui dovevamo studiare una lingua defunta da secoli. Che poi si sia in realtà solo evoluta trasformandosi nelle varie lingue romanze, per cui chi conosce il latino le impara incomparabilmente prima, lasciamo stare, perché non voglio passare un vecchio barbogio.

E dunque anche noi dovremmo seguire lo stesso precetto se volessimo discutere sul serio e non sparare parole a raffica nel vento. (Per continuare clicca su "leggi tutto")

Giocatori con-vincenti

È una sensazione quasi onirica quella di aprire un sito, leggere con grande interesse i commenti e poi rendersi conto che in effetti la gente sta commentando quanto tu stesso avevi scritto. Mai provata prima. Nel senso che vorrei partecipare alla discussione salvo poi realizzare che in tal caso commenterei i commenti a me stesso. Ma io partecipo lo stesso ed in merito all'interessantissima ultima disputa sul basket sempre più diviso fra americano ed europeo, sui giocatori veramente vincenti eccetera vorrei aggiungere un altro spunto di riflessione. Il mio metodo per giudicare un giocatore a posteriori è in primis molto semplice e brutale: quanti titoli ha vinto? Nessuno? Non è stato un vincente per definizione della parola stessa. In secundis: che fine hanno fatto i giocatori che giocavano con lui? Dopo (o prima) erano più o meno forti (o considerati tali) rispetto al tempo in cui giostravano con lui in squadra? Quanto era forte Parish prima di giocare con Bird? Quanto era forte Worthy dopo aver giocato con Magic? Quanto era forte Pippen dopo aver giocato con Jordan? Fatevi un'analisi di questo tipo, voi che sembrate enciclopedici e sappiatemelo dire.

Tornando all'attualità sono veramente contento di non aver scritto nulla sulla rullata inflitta dalla Slovenia all'Australia perchè ora dovrei fare lo stesso su quella subita ieri dai turchi. Archiviamo. Dico solo un paio di cose: la Slovenia era veramente convinta di potercela fare e quando ha visto che era lontana per manifesta inferiorità ha sbracato. Tanjević, da vecchia volpe, ha magnificato la sua zonetta 2-1-2 inducendo lo staff tecnico sloveno a sprecare tre giorni per trovare il modo di attaccarla (trovato benissimo: nelle due occasioni in cui la Turchia è andata a zona un semplice alto-basso fra centri ha portato due volte Brezec a segnare indisturbato – comunque per scoprire che la zona si attacca in questo modo non ci volevano tre giorni, bastava un manuale del 1950) dimenticando clamorosamente di preparare tutto il resto, difesa per prima cosa. (Per continuare clicca su "leggi tutto")