Questo sito utilizza cookie tecnici, anche di terze parti. Per ulteriore informazioni sull'utilizzo dei cookie e su come disabilitarli, clicca qui. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando su qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.

Dober Dan

Durante le feste ero molto preoccupato, in quanto pensavo che sarei stato a corto di argomenti per il pezzo successivo. Alla faccia! Intanto siete stati voi molto bravi a suggerire tantissimi argomenti di quelli che mi stanno a cuore, leggi regolamenti ed interpretazioni degli stessi, dopodiché c'è stato ovviamente il botto dell'avvicendamento sulla panchina di Milano, sulla quale è stato richiamato nientemeno che il mio vecchio amico Dan Peterson.

Cominciamo dal commento su quest'ultima notizia, anche perché ho ricevuto alcuni mail privati che mi invitano a dire la mia sull'argomento. Parto come sempre da lontano con un aneddoto. Circa 15 (quindici!) anni fa feci per la mia trasmissione su Capodistria una lunga intervista a Peter Vilfan (inutile che a degli esperti spieghi chi sia stato – anche se ora è solo il suocero di Iljevski), reduce da alcuni mesi sulla panchina dell'Olimpija, da lui subito abbandonata d'accordo con la società per evidente incompatibilità di carattere con i giocatori. Off the record mi disse: "Sergio, non puoi credere, ma è stata l'esperienza più frustrante della mia vita. Intanto volevo dare un po' di freschezza al nostro gioco provando a dare più libertà creativa ai giocatori. Ebbene, la prima volta che ho detto loro di giocare liberi e di inventare qualcosa hanno cominciato a correre come galline senza testa. Nessuno aveva la più pallida idea di cosa avrebbe dovuto fare: ormai se non imponi loro lo schema da fare sono come pesci fuor d'acqua. Per non parlare degli allenamenti: una volta finito l'allenamento non c'era nessuno che rimanesse in palestra a tirare a canestro, a provare qualche fondamentale oppure a giocare tre contro tre. Sparivano tutti immediatamente a fare pesi". (Per continuare a leggere clicca sotto su "leggi tutto")

Pensieri di Natale

Innanzitutto ricambio calorosamente gli auguri di buone feste a tutti quanti. Augurare un altrettanto buon basket mi sembra peraltro un tantino troppo velleitario di questi tempi. Comunque consoliamoci con quanto passa il convento e facciamo il classico buon viso a cattivo gioco (mai locuzione fu più appropriata!).

Miscellanea: lascio alla vostra riflessione una constatazione talmente stupida che mi vergogno altamente di proporla. Il basket per regolamento si gioca con un pallone solo. E allora? E allora alla luce di questa illuminante scoperta mi sembra ridicolo, per non dire imbecille, pensare che assemblare nella stessa squadra giocatori che sono per la maggior parte accentratori, cioè che vogliono il pallone solo per loro, sia una buona idea. Non vorrei apparire saccente (so, lo appaio, ma non posso farci niente), ma era la prima cosa che mi era venuta in mente quando ho letto della riunione dei famosi tre fenomeni a Miami. Domanda che sorge spontanea: e chi tira dei tre? Se tira uno, ovviamente non possono tirare gli altri due. E visto che il figuro che non può fare bisboccia e deve ritornare con la squadra vuole tirare solo lui, gli altri due cosa fanno? Da meditare sulla cosa, secondo me. Per ritornare alla solita ri-trita affermazione che una squadra deve essere appunto una squadra e non un'accozzaglia di solisti, deve essere un'orchestra con un direttore, un primo violino, un violino di spalla, e così via fino allo specialista delle percussioni che si sveglia due-tre volte per sinfonia per sbattere i piatti o far tintinnare il triangolo. Ritornando al basket chi vuole vincere l' ultima cosa che deve guardare è il suo tabellino personale. (Per continuare a leggere clicca sotto su "leggi tutto").

Operazione Eurolega

Era una cosa definita da molto tempo, per cui ero preparato anche per tutte le esperienze del genere già avute in passato, ma comunque una settimana passata in ospedale per un'operazione certamente non complicata, ma più che fastidiosa (per gli esperti si è trattato di un intervento di "riduzione di vasto laparocele xifo-peritoneale"), conseguenza dell'operazione subita cinque anni (quella sì molto più difficile), devo dire che mi ha scombussolato non poco, per cui devo ammettere di aver perso contatto col basket. E neanche voi che mi leggete mi siete stati di molto aiuto, in quanto, leggendo i commenti al mio ultimo post, ho visto che vi siete addentrati in una discussione sofistica su vari figuri che militano nell'NBA dei quali, onestamente, non potrebbe fregarmi di meno, perdendo inesorabilmente contatto con le cose che veramente interessano a me ed, ahimè, lo constato, a ben pochi altri. 
Ciò non toglie comunque che, tornato a casa, non sia riuscito a vedere le partite dell'ultimo turno dell'Eurolega, per cui qualche considerazione sulla massima competizione europea per club, come direbbero i commentatori di una volta, posso anche tentare di farla. Prima di tutto bisogna considerare il fatto che siamo ancora nella prima parte della stagione, nella quale i grossi calibri stanno ancora scaldando i motori e dunque è assolutamente prematuro dire qualcosa su quello che potrà avvenire in primavera. Si può dire però qualcosa sulle squadre italiane, se non altro per tentare di capire che possibilità future possano avere. Per Milano, dopo la catastrofe biellese col Valencia, a dire il vero il futuro sembra sintetizzarsi nella sola partita che rimane della prima fase, per cui si può già fare un bilancio. L'attenuante dell'assenza di Mačiulis e di Petravičius regge senz'altro, anche se pure qui mi sembra che si sia un po' esagerato. (Per continuare a leggere clicca sotto su "leggi tutto")

Fate partire la musica!

Premessa: per tutto quanto scriverò d'ora in poi valgono in modo ferreo i tre principi enunciati nel post precedente, dunque, per favore, non dimenticateli mai.

Partiamo: l'NBA, quando nacque, fu vista come una sublimazione, un completamento, del basket di college. Sembrava solo normale che un atleta (non solo cestista), una volta finiti gli studi, a 23 anni, appena alla soglia della maturazione sia atletica che soprattutto umana, dovesse poter continuare a praticare e sviluppare quanto imparato al college. Per cui i valori, la cornice culturale, che sottintendevano l'attività professionistica, erano quelli del college, e dunque, diciamocelo brutalmente, appartenevano alla sfera della gente benestante, ovviamente principalmente bianca. E ci volle un Red Auerbach, con tutto il suo carisma, per abbattere, con la sua famosa frase: "Non mi interessa se è bianco, nero, o a pallini rossi, a me basta che sappia giocare a basket" una barriera che sembrava assolutamente naturale. E non per niente i primi grandissimi giocatori americani di colore, da Bill Russell per finire addirittura con Dr. J e Magic Johnson, erano in realtà, per così dire, bianchi dipinti, cioè ragionavano secondo schemi tipici della cultura WASP (Chamberlain no, ed infatti guarda caso ebbe sempre stampa contraria). Ad un dato momento, con l'ovvia emancipazione della gente afroamericana, cominciarono ad arrivare personaggi che erano contemporaneante dotati sia di grande intelligenza umana che di orgoglio e consapevolezza delle proprie origini culturali. Non solo, ma essendo, per così dire, dell'età di mezzo, conoscevano perfettamente anche la cultura dominante e sapevano benissimo come muoversi in quel contesto per massimizzare il proprio impatto anche mediatico. I primi nomi che vengono in mente sono ovviamente quelli di Michael Jordan, di Charles Barkley e di Shaquille O'Neal. (Per continuare a leggere cliccare sotto su "leggi tutto")

Un basket diverso?

Visto che venerdì sono a Venezia dove alle 19,00 facciamo una rimpatriata col mio vecchio "collega" Dan Peterson (e dove spero di vendere qualche libro...) butto giù oggi qualcosa nel senso che apro due fronti di discussione da ampliare poi in futuro anche in base ai riscontri di interesse.

Primo: il problema bianchi-neri che è talmente spinoso che nessuno vuole affrontarlo per non essere tacciato di razzismo appena dice qualcosa che non sia il solito trito stereotipo. A mo' di introduzione parto da molto lontano col preciso intento di porre un punto di origine in questa discussione. Origine nel senso matematico, il punto imprescindibile che definisce un sistema di coordinate, sia esso cartesiano o radiale. Io sono triestino di etnia slovena. Gli sloveni, uno dei popoli slavi, arrivarono nelle mie terre nel sesto secolo ed essendo popolo di pastori e contadini originario da regioni paludose dietro i Carpazi, non avevano la più pallida idea di cosa fosse il mare e dunque lo temevano. Si insediarono pertanto nell'entroterra, rimasto devastato dal crollo dell'Impero romano e dalle invasioni barbariche, colonizzandolo senza problemi visto che nessuno aveva interesse a quelle terre. Sul mare rimasero così indisturbate le popolazioni antecedenti, di lingua e cultura latina che poi naturalmente divennero italiane di lingua e sentimenti. Nei secoli dunque la divisione etnica portò inevitabilmente ad una parallela divisione economica. Nelle città in riva al mare, da Trieste fino a Pola su tutta la costa occidentale dell'Istria, si sviluppò una borghesia fondata sull'industria marina e sui commerci, mentre nell'entroterra slavo la gente rimase ancorata alla terra.  (Per continuare a leggere clicca sotto su "leggi tutto").

Uno vs Uno: Dan Peterson e Sergio Tavčar

DAL SITO REYER.IT

Zapping Tv negli anni d'oro del basket italiano: tra campioni stranieri  e storia della Reyer. Venerdì 26 novembre ore 19.00 - Urban Space – via Portenari 21/23 Marghera (VE)

Dan Peterson e Sergio Tavcar, le due icone delle telecronache di basket in Tv, saranno i protagonisti del dibattito, moderato dal giornalista Massimo Foscato, sugli anni d'oro del basket italiano: tra campioni stranieri e storia della Reyer. Il dibattito (ad ingresso libero), organizzato dall'Associazione Culturale Costantino Reyer con il patrocinio della società Reyer, sarà preceduto alle ore 18.00 dalla presentazione dell'Associazione stessa con la presenza di ex giocatori. L'Associazione nasce dall'idea di un gruppo di appassionati che a vario titolo si propongono di organizzare una serie di attività aggregative sull'argomento Reyer quale simbolo sportivo della città metropolitana. Un modo per rinsaldare quanto più possibile il legame tra la storia, anche attraverso il coinvolgimento di ex atleti, e il futuro orogranata, con particolare riferimento alla divulgazione verso i più giovani. Nell'occasione del 26 novembre i soci fondatori saranno lieti di raccogliere l'adesione di quanti vorranno entrare a far parte dell'Associazione. Coloro che si iscriveranno riceveranno in omaggio la copia in Dvd dell'indimenticabile finale play off del 1996 tra Reyer e Rimini. L'evento si concluderà con una cena per tutti coloro che vorranno proseguire la discussione tra aneddoti cestistici, ricordi reyerini e cultura sportiva. Per ulteriori informazioni e prenotazioni alla cena contattare i referenti dell'Associazione ai numeri 3285877664 oppure 3316016117.

A margine dell'incontro sarà anche possibile acquistare il libro di Sergio Tavčar "La Jugoslavia, il basket e un telecronista".

La storia di Fragolino

I knew it...I knew it...come dice un personaggio della "Bella e la bestia". Lo sapevo che prima o poi avrei letto commenti tipo quello di Matteo. In breve per chiarire un equivoco: questo sito si chiama "sergiotavcar.com" ed in esso vi scrive il sottoscritto. Il che significa che esprime le sue opinioni. Se poi alcuni sono d'accordo, leggono, se non sono d'accordo, vanno da qualche altra parte. Tutto qua. Qui nessuno è Dio, ma vivaddio, viviamo in democrazia e penso che ognuno possa esprimersi. Come per la TV: se il programma non mi piace, esiste sempre il telecomando o cambio canale. Se poi i miei vaniloqui vanno su qualche altro sito o sono argomento di qualche altro forum, non è certamente colpa mia. Evidentemente qualcuno li trova interessanti, altri li trovano provocatori, altri ancora fuori di testa. D'accordo, non c'è problema. Non ditelo a me che trovo assolutamente demenziali tantissimi altri forum. Però una volta che ho letto di cosa trattano, cambio canale e non mi passa neanche per l'anticamera del cervello di intervenirvi, perché interloquire con gente che tenta di convincermi che il sole è verde e che vive su un altro pianeta rispetto al mio più che stupido mi sembra inutile. Il mondo è abbastanza grande per tutti e tutte le opinioni sono legittime. Se pensate che sia un presuntuoso imbecille cambiate sito, ma non venite a casa mia non invitati a dire che faccio schifo. Sarà anche vero, ma come sanno i frequentatori di queste pagine, le mie convinzioni sono ferree e non saranno certamente commenti pseudocanzonatori basati sul nulla a farmi cambiare opinione.

Ancora a Stefano sulla volpe e l'uva: se voglio vedere correre i 100 in 9 e 6 guardo Usain Bolt, se voglio vedere pallacanestro vado a vedere Bodiroga. Se voglio vedere la Pellegrini non vado a vedere il nuoto sincronizzato. Se voglio vedere lo short track non vado a vedere il pattinaggio artistico. E se voglio vedere prodezze atletiche non vado ad un torneo di scacchi. E allora? Sono perverso?

Basta. Mi ero ripromesso più volte di non parlare più dell'NBA, ma ci ricasco sempre. Forse è più forte di me. E allora vi racconto una favola, quasi un apologo che significa tantissimo per me e che sintetizza il modo in cui io concepisco il basket.  (Per continuare a leggere, clicca sotto su "leggi tutto")