Chiedo scusa per il lungo silenzio, ma mi è successa una cosa molto strana. Ci sono tantissime cose di cui parlare e sono stato letteralmente sopraffatto da questa mole di argomenti e di conseguenza, non sapendo da dove cominciare, semplicemente non ho cominciato a farlo. Provo a farlo adesso. Intanto spero di vederci a Trento per la mia comparsata alle 16 e 30 di venerdì prossimo alla quale seguirà, spero, una bella sconvenscion nella quale avremo tempo di parlare di un po’ di tutto. Solo per quanto riguarda il basket ci sarebbe da parlare per un paio di giorni. Ci sono stati i Mondiali femminili molto ben coperti da Sky che, però, malgrado lo sforzo profuso, non hanno dato i risultati sperati. L’Italia ha sì impegnato le americane fino all’ultimo secondo, ma poi si è letteralmente dissolta per ragioni che bisognerebbe analizzare e non credo personalmente di essere capace di farlo mancandomi notizie vere dall’interno delle dinamiche di squadra che, come ho molte volte detto e scritto, sono assolutamente fondamentali per una squadra femminile che funziona secondo schemi completamente diversi da quelli che regolano i comportamenti all’interno di una compagine maschile. Ci sono state poi le finestre dedicate alle squadre nazionali e anche qui ci sarebbe tantissimo da parlare.
Purtroppo, con tutto lo sport che c’è stato in contemporanea, con gli Europei di atletica e nuoto, anche qui non ho seguito le vicende della nazionale per come avrebbero dovuto essere seguite, per cui non mi pronuncio. E infine è cominciata la stagione agonistica per club con campionato e Eurolega. E il tutto sotto la spada di Damocle della possibile entrata a piede a martello dell’NBA in Europa l’anno prossimo che potrebbe, e secondo me lo farà, portare sconquassi non certamente irreparabili, ma comunque destabilizzanti per un periodo molto lungo. Concretamente sono convinto che l’avventura di NBA Europe sarà catastrofica per tutte le ragioni che ho già più volte tentato di spiegare e che sono fondamentalmente legate alla completamente diversa concezione delle competizioni per club che c’è in Europa rispetto a quella che c’è in America. Da noi sono i club, nati sul territorio e dunque legati a una storia e a una tradizione che porta a un seguito di appassionati legati alla società per motivi di appartenenza risalenti magari a alcune generazioni fa, che, tramite il sistema di promozioni e retrocessioni, formano al vertice le varie leghe che poi governano le competizioni, mentre in America succede esattamente il contrario. Lì dapprima si forma la Lega che poi, secondo il sistema delle franchigie che ragionano secondo tutti gli schemi possibili, meno quelli della tradizione e del radicamento sul territorio, distribuisce le varie squadre nelle città che reputa più importanti e che sono comunque sempre dirette emanazioni della Lega stessa. E, parlando di NBA Europe, c’è l’ulteriore problema del valore tecnico delle squadre che verrebbero inserite in questa lega. Dove andrebbero a pescare i giocatori? Nel bacino americano? Dove uno qualsiasi che abbia un po’ di idea di cosa il basket gioca nell’NBA, per cui rimangono a disposizione solo le seconde linee che già vediamo in Eurolega e che non sembrano onestamente dei fulmini di guerra. Se poi l’NBA Europe dovesse fagocitare l’Eurolega, l’unico faro di vero basket che ancora esiste in Europa, il disastro sarebbe completo. Abbiamo avuto un bell’esempio nella prima giornata di campionato con la tristissima esibizione di una delle due squadre romane neo formate. E questi dovrebbero risvegliare l’interesse per il basket nella capitale? Ma per favore. Come ho avuto modo di dire nella bellissima serata a Pordenone in compagnia di Dan Peterson l’Italia, in fatto di basket, è una realtà vivissima con straordinarie tradizioni in luoghi ben precisi, cominciando dalla mia Trieste (campanilismo? Ebbene sì e non me ne vergogno per niente) e continuando ovviamente per Bologna e poi Gorizia, Pesaro, Livorno, Brindisi, Cantù, Varese, Teramo e Roseto, se vogliamo anche Milano, e via andando. Se in Italia fossero esistite le franchigie all’americana quante di queste città avrebbero giocato in Serie A? A parte Milano e Bologna probabilmente nessuna. E del resto, quando in Italia si è tentato di portare il basket in grandi città che non hanno tradizioni cestistiche, tipo Torino e Genova su tutte, qual è stato il risultato? Dove sono ora? In breve in Europa in genere, e dunque anche da noi, la formazione a tavolino di leghe chiuse per società fondate secondo schemi mercantilistici, è quanto di più lontano possa essere dalla nostra mentalità su cosa debba essere lo sport che secondo noi, più che giustamente, deve premiare il merito tecnico e non certamente quello finanziario. Si è visto cos’è successo con la presunta Superlega di calcio di Agnelli e Florentino Perez, demolita dalla rivoluzione dei tifosi inglesi che hanno costretto le loro squadre a rinunciarci, pena il boicottaggio totale e irreversibile di tutte le partite che si fossero giocate nella nuova Lega.
Come si vede gli argomenti da sviscerare sono tantissimi e spero tanto che ci sia la possibilità di farlo venerdì. Io a Trento ci vengo quel giorno stesso, ma dormo lì, per cui dalle 5 e mezza in poi abbiamo tutto il tempo che vogliamo. Prima di finire questo breve post vorrei però ancora dire la mia sui Mondiali di ciclismo che si sono svolti a Montreal su un bellissimo circuito con gare che sono state bellissime, soprattutto la gara in linea femminile che ha dimostrato ancora una volta come il ciclismo delle donne sia diventato in questi anni una cosa molto importante e di altissimo livello. Per quanto riguarda la gara maschile non ho potuto invece, scusate la parzialità, che pensare al classico detto che quando il gatto non c’è i topi ballano. Sapete ovviamente a cosa alludo e, anche se la corsa è stata molto divertente con moltissimi colpi di scena, mi rimane sempre l’impressione che con Pogi in gara le cose sarebbero andate molto diversamente. Non credevo in Evenepoel che per me su questo tipo di corse non può essere competitivo e pensavo che la corsa sarebbe stata un testa a testa fra Van der Poel e Van Aert (Seixas? Fortissimo, ma su 280 km, su un percorso del genere, che prima o poi, vista la sua età, sarebbe andato in crisi mi pareva solo normale, tanto più se la Francia, come ha fatto scriteriatamente, avesse reso la corsa molto dura), ma i due mi hanno deluso con Van Aert che proprio non ne aveva e con Van der Poel che ha scatenato quell’idiota attacco a 95 km dalla fine. E poi è rimasto senza gambe quando è scattato McNulty rimanendo dietro nel classico gruppo dei “tira tu che così vinco io” che va a scatti lasciando quello davanti ad andare regolare facendo meno fatica (si fa per dire). Il buon Brandon ha così vinto, secondo me per pura stupidità altrui, con una sola squadra che lavorato alla grande, quella americana (anche l’Italia a dire il vero, ma quando la punta è Ciccone non è che si possa andare tanto lontano), e alla fine, quando ha indossato la maglia iridata, non ho potuto fare a meno di sorridere pensando a quante volte vedremo l’anno prossimo la maglia iridata fare da apripista a uno con una maglia normale. Purtroppo quello con la maglia normale non lo vedremo neanche con la maglia di campione d’Europa. Lui è uno che ha tempi di recupero nettamente più veloci di qualsiasi altro ciclista che ci sia in questo momento al mondo, per cui, dopo lo schianto alla Vuelta, il dottore che l’ha operato rimettendogli a posto la vertebra incrinata gli avrebbe dato il benestare per gareggiare in casa al campionato d’Europa, ma, comprensibilmente, lo staff dirigenziale dell’UAE gli ha tassativamente proibito di gareggiare. Peccato.
Ci vediamo. Spero.