Mi faccio vivo dopo moltissimo tempo e chiedo scusa proprio perché non ho scuse. Ormai sono partito con le presentazioni del mio libro nelle quali sono costretto a parlare sempre e solo di basket, per cui mi capirete se in questo intervento di basket proprio non voglio più parlare semplicemente perché ne sono stufo.

Devo però dirvi che avremo tutto il tempo per farlo nella prossima sconvenscion. Il board of directors degli sconvenscioners si è consultato via social ed è uscita la proposta di farla sabato 11 aprile. In realtà venerdì 10 ho una presentazione pomeridiana alla Libreria Moderna di Udine, ma ritorno a casa in serata (a meno che come l’altra volta non cada per strada tagliandomi il mento e rintronandomi in testa), per cui si può comodamente fare. Con l’avvertenza però che la farò vicino a casa mia, per cui dovrete ancora una volta venire sul Carso. Luogo e data saranno comunicati in seguito.

Nell’ultimo blog vi ho posto delle domande e sono molto contento di aver ricevuto risposte argomentate e articolate da parte proprio delle persone che speravo mi dessero la loro opinione, per cui vi ringrazio veramente di cuore. Certo, rimango della mia opinione su molte cose, per esempio sul caso Geraskevič rimango profondamente convinto che ha pesato il fatto che la Russia è ancora e comunque molto potente e influente in seno al CIO (lo abbiamo visto alle Paraolimpiadi) e che, se si fosse verificato il caso opposto e simmetrico, all’eventuale atleta russo non sarebbe successo nulla e tutto sarebbe passato inosservato, “normale” quasi. Se però si urta la delicata suscettibilità dei russi, che, come si sa, hanno sempre ragione su tutto, allora le cose cambiano radicalmente. Inutile: i paesi potenti possono fare cose che agli altri sono negate per principio. Visto cosa stanno facendo ora gli USA (per non parlare della politica semplicemente genocida di Israele, rispetto alla quale l’apartheid in Sudafrica era una blanda violazione dei diritti civili di una parte della popolazione) la sola cosa normale sarebbe che gli Stati Uniti fossero banditi da ogni competizione sportiva internazionale e che per prima cosa fosse loro tolta l’organizzazione dei Mondiali di calcio trasferendoli in paesi normali come Messico e Canada. Ve lo immaginate? Eppure, se esistesse una vera giustizia che fosse uguale per tutti, l’unica cosa giusta sarebbe di sospenderli fino a che non ritrovano la ragione, sempre che ci riescano. Ciò nonostante però un franco scambio di opinioni rimane sempre e comunque un arricchimento per tutti. Ringrazio inoltre sentitamente Buck che ha fatto un’analisi lucidissima e precisa sul problema dell’approccio moderno alla telecronaca di un evento sportivo che sottoscrivo in pieno e mi trova perfettamente d’accordo, per quanto le conclusioni ineccepibili a cui arriva Buck non possono che rendermi triste e avvilito per l’effettiva fine di un mestiere che a suo tempo reputavo nobile e che in definitiva mi ha dato di che vivere. E vederlo così, scusate, prostituito di questi tempi mi deprime non poco.

Un’altra cosa che mi trova in totale distonia con la maggior parte di voi è il commento sulle Olimpiadi. La cosa curiosa e tutto sommato ironica è che quanto avete scritto è perfettamente vero e del tutto inconfutabile. Il vero problema è che secondo me avete sparato su un bersaglio che con lo scopo e lo spirito vero delle Olimpiadi non c’entra un tubo. Certo, quando uno ascolta le retoriche autocelebrazioni sparate da Malagò durante la cerimonia di chiusura, retro pensieri distruttivi vengono immediatamente risvegliati nella nostra mente e non si può fare a meno di pensare a quante persone ci abbiano mangiato sopra sprecando i soldi dei cittadini per mettersene tanti in tasca. Tutto vero. Ma c’è una cosa che mi da estremo fastidio. Qualcuno ha pensato agli atleti, ai partecipanti, a quelli che hanno cominciato un’attività sportiva con l’unico scopo un giorno di poter partecipare alle Olimpiadi? E che si sono fatti un mazzo da babbuini per riuscirci? Sì, come dicono i cinici a un tanto al chilo, per poter poi ricevere i premi in soldi promessi ai vincitori di medaglie. Ditemi: chi si è mai dedicato a un’attività sportiva per poter un giorno fare il professionista e vivere di essa? Quale bambino è mai sceso in cortile per giocare con i coetanei pensando che la cosa gli sarebbe servita per fare soldi da grande? L’attività ludica, che comprende anche le competizioni sportive, sono un bisogno ineludibile di ogni essere vivente intelligente che tramite il gioco e la competizione impara cose che gli serviranno quando sarà adulto. E, se per farlo, c’è in lontananza il miraggio di poter un giorno partecipare alle Olimpiadi, tutto ciò è solo un ulteriore stimolo perché il suo percorso educativo abbia uno scopo in più per affrontare le fatiche necessarie per emergere.

Per esprimere meglio quanto ho appena detto la cosa più semplice è citare spezzoni dei commenti che ho scritto per la mia settimanale rubrica sportiva che tengo sul Primorski Dnevnik durante le Olimpiadi, anche in polemica con alcuni commenti sulle Olimpiadi da parte dei soliti “intellettuali” con la puzza sotto il naso che non capiscono una mazza di sport non avendolo mai praticato, essendo da loro reputato un’attività non abbastanza elevata di spirito. Ecco il primo spezzone: “In tutto questo un altro pensiero mi è venuto in mente. Ho pensato a tutti quegli “intellettuali” (le virgolette sono fortemente volute e significative) che non si interessano di sport e per i quali le Olimpiadi sono una parata consumistica che serve solo a distrarre il popolo secondo gli schemi del “panem et circenses”. Lasciando da parte il particolare che alle Olimpiadi non ci sono striscioni pubblicitari il punto è un altro. Queste persone sono state mai nella loro vita bambini, hanno mai nei primi anni della loro vita giocato per il gusto stesso del gioco, si sono mai divertiti gareggiando in qualsiasi cosa contro altri bambini, hanno mai fatto il tifo sfegatato per questo o quello, in definitiva hanno mai goduto le gioie degli anni più importanti delle nostre vite? Sono mai stati veramente bambini? E, se anche lo sono stati, è mai possibile che in loro non ci sia più nulla del bambino che erano, o peggio, magari hanno lottato per tutta la vita per sopprimere coscientemente questi sentimenti? Come è possibile che, se solo sei uno che ha fatto dello sport vero, non ti entusiasmi per i successi o non soffri per le catastrofi che si verificano, tipo la serie di cadute del favoritissimo americano del pattinaggio artistico oppure il salto mortale con conseguente perdita degli sci di Ebba Andersson che è costato alla Svezia un sicuro oro nella staffetta del fondo? Certo, se lo sport è quello che ho visto di sera nel calcio, quando una squadra ha vinto perché un suo giocatore ha messo in scena una fantastica rappresentazione mimica e teatrale che ha abbindolato l’arbitro e l’ha fatto espellere un avversario, allora questi “intellettuali” aridi d’animo hanno perfettamente ragione. Però per fortuna c’è l’Olimpiade che ci conferma che lo sport è qualcosa di completamente diverso, è uno spontaneo, diretto godimento nel gareggiare nello spirito sportivo, è in definitiva il risvegliare il bambino che c’è in noi. E quelli che non lo capite sparitemi da davanti gli occhi, perché mi fate pena.”

La settimana dopo ho continuato sullo stesso tema completando quanto avevo scritto la settimana prima. “La questione sulla quale si discute spesso è se le Olimpiadi invernali (e non solo quelle invernali) hanno ancora un senso in questi tempi di sfrenato consumismo e dunque di una società commercializzata al massimo. Molti “intellettuali” (quelli che ho attaccato nel numero scorso) pensano che non abbiano più senso. Il tutto è un’ipocrita facciata che sfrutta gli ingenui atleti per permettere ai soliti oligarchi di arricchirsi grazie alle loro prodezze sportive. Come forse avrete già capito a me personalmente, come uno che è stato sportivo praticante, poi allenatore e che ha dedicato tutta la sua vita professionale, anche a scapito della sua vita privata, a promuovere e diffondere i veri valori dello sport ragionamenti del genere fanno venire, per usare un blandissimo eufemismo, l’orticaria. Qualcuno di questi, detto fuori dai denti, tromboni ha mai chiesto di persona agli atleti cosa loro pensano delle Olimpiadi, come le percepiscono?  Fra questi atleti c’è anche il mio idolo assoluto, l’americana di Cina Eileen Gu, che ha stavolta vinto un “solo” oro oltre a due argenti, che è contemporaneamente anche una top model che guadagna milioni di dollari e renminbi e che, se non bastasse, è sulla via di ottenere il dottorato in scienze a Stanford, che non è proprio l’ultimo dei college, e che dunque è tutt’altro che una ragazza ingenua e stupida. E ovviamente non solo lei, gli atleti sono gente normale e oso affermare che devi essere intelligente e responsabile ben sopra la media, se vuoi emergere a fronte di tutte le rinunce e difficoltà che devi affrontare. E gli atleti non solo le Olimpiadi le vogliono, ma sono il fine stesso per il quale hanno cominciato a fare sport di vertice. Che alle Olimpiadi si divertano lo testimonia il divertente siparietto a cui abbiamo assistito alla fine della mass start maschile di biathlon. Al traguardo mancavano solo in tre che si sono presentati assieme sul rettilineo d’arrivo. Lì si sono fermati, si sono messi sulla stessa linea, e poi sono partiti in un furioso sprint per vedere chi arrivava ultimo. Il tutto fra il fragoroso incitamento della straripante folla sulle tribune. Scene di questo genere non si vedono nelle gare normali. Ed è proprio perché gli atleti prendono le Olimpiadi terribilmente sul serio, succede che solamente durante il loro svolgimento si scrivono le più belle storie di sport, che a volte coincidono con veri e propri drammi sportivi, come successe ad esempio a Petra Majdič a Vancouver, storie che poi entrano direttamente nella leggenda dei rispettivi popoli. Perché per esempio nessuno degli strapagati fenomeni dell’NHL ha rinunciato a essere presente a Milano? Perché chiaramente, con tutti i milioni che hanno già in banca, volevano fortemente vincere l’oro, premio che per loro non ha prezzo. E dunque, anche se fosse solo per loro, le Olimpiadi DEVONO sopravvivere.”

Ecco quanto penso e quanto sempre penserò. Affrontare la vita di tutti i giorni, soprattutto in questi tempi bui è già pesante, soprattutto se si affrontano le cose con un atteggiamento, giustamente, cinico perché razionale e disincantato. Ma noi esseri umani non siamo solo mente e raziocinio, siamo anche esseri sensibili alle emozioni che ci proiettano per qualche magnifico istante in un mondo diverso, di sogno, nel quale immergersi è un fantastico balsamo per la nostra anima. Sono un patetico sognatore? Sì, e allora? Ne sono fiero. E chi non riesce a capire quanto ho appena scritto sappia che lo compatisco.