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Stavolta, con tutto quello che è successo in campo sportivo in questi ultimi tempi, potrei scrivere un libro e dunque devo scegliere i temi che mi sembrano più significativi trascurando tante altre cose che pure meriterebbero di essere menzionate. Ci sarebbero anche tanti modi per commentare quanto è successo, da quello puramente tecnico a quello più mondano e di colore, ma quello che vorrei scegliere oggi è un modo che mi è molto caro perché è da me molto sentito proprio per le mie origini cultural-etniche che mi rendono molto sensibile a questo tema e anche perché penso che sia un tema cruciale per affrontare nel migliore dei modi il cambiamento epocale che, a dispetto di tutte le politiche razzistico-retrograde che sono tanto comprensibili, purtroppo, considerando quanto l’umanità sia intrinsecamente stupida e cattiva, ma che sono il classico dito messo nella crepa della diga che, sì, rallenta, ma solo fino a che si verifica un’esplosione distruttrice che si sarebbe potuta evitare se il problema fosse stato affrontato in modo serio e responsabile già da subito, si sta verificando nel nostro mondo attuale.

Parlo ovviamente della planetaria migrazione dei popoli che sta avvenendo per ovvie ragioni economiche e sociali, le stesse che hanno da che umanità è umanità causato sempre e dappertutto fenomeni del genere che mai nella storia si sono potuti fermare, a livello globale fra genti di tutti i continenti e soprattutto apparenze esterne completamente diverse fra loro. E questa, se ci pensate bene, è la vera e fondamentale differenza di questa migrazione rispetto a tutte quelle del passato, almeno nel nostro continente. Detto in soldoni, gli indoeuropei, ma anche avari e ugro-finnici e poi più tardi turchi e caucasici vari, erano tutti di pelle bianca con qualche piccola variazione riconoscibile solo da esperti, per cui, quando si verificavano “contaminazioni” fra popoli diversi, queste non erano comunque visibili a occhio e passavano più o meno inosservate. Oggi, con gente che arriva da tutto il mondo, i vari colori della pelle sono di tutti i generi, per cui i “misti” sono riconoscibili a vista. E questo disturba non poco quelli che pensano, per varie ragioni soprattutto culturali, per non dire tribali, che essere diversi di aspetto significhi anche essere automaticamente inferiori, e dunque barbari alla massima potenza che bisogna tenere il più lontani possibile per non “inquinare” il civile e superiore popolo di cui si fa parte. Per non parlare ovviamente delle enormi differenze culturali, religiose, eccetera, che portano questi migranti ad avere difficoltà infinitamente superiori a quelli che nel passato si trovarono nella loro stessa posizione, cosa che rende ancora più difficile una corretta integrazione nel tessuto culturale e sociale nel quale si è atterrati. Il problema è dunque straordinariamente complesso: da una parte il movimento, come detto, è epocale e assolutamente incontenibile, e dall’altra porta grossi problemi che potrebbero essere risolti parzialmente senza troppi traumi solo applicando una politica estremamente lungimirante, basata sulla ricerca, detto in breve, della possibile convivenza futura fra mondi diversi che non può che essere basata sull’accettazione della diversità altrui con il fine ultimo di dare la stessa dignità e possibilità di salita nella scala sociale a tutti quanti, indigeni e neoarrivati.

Tutte queste cose riferentesi, come avrete capito, ai massimi sistemi, cosa di cui mi scuso non essendo per niente certo di essere capace di parlarne con cognizione di causa (più di tanti altri in Italia comunque, viste le mie origini multietniche), mi frullavano per la testa mentre guardavo gli Europei di nuoto e di atletica e ascoltavo le interviste degli atleti che vincevano medaglie a raffica, atleti che avevano le più disparate apparenze esteriori con una gamma enorme di varie sfumature di colore. La reazione che ho provato è stata insieme magnifica e anche triste. Magnifica perché per esempio sentire i due gemelli Zoghlami imprecare in perfetta cadenza siciliana per le loro prestazioni non esaltanti mi ha fatto capire come fossero in effetti italiani “veri”, semplicemente di origini arabe, come sono di varie origini tantissimi altri italiani ai quali non pensiamo come gente “straniera” semplicemente perché sono bianchi, tipo la Derkach, per restare nell’atletica. Triste perché vedendoli e ascoltandoli non potevo fare a meno di pensare a quale avrebbe potuto essere la loro sorte se non fossero stati atleti di vertice, tanto capaci da poterci permettere di passare sopra la loro apparenza poco “ariana” nel nome di una medaglia o di un piazzamento di rilievo. E anche perché questa gente potrebbe e anzi dovrebbe essere a fine carriera arruolata dalle autorità pubbliche con il compito fondamentale di essere da esempio per tutte le nuove generazioni di figli di migranti e per insegnare loro come fare per farsi strada nella società italiana e raggiungere la dignità che loro spetta. Tornare a parlare di “ius sanguinis” e di “ius soli” ci porterebbe molto lontano, ma non credo che ci possano essere molti problemi per fare in modo che questi ragazzi possano diventare italiani molto prima di quanto non riescano a farlo ora con le leggi vigenti, soprattutto se non possono essere utili alla causa italiana quali sportivi di vertice.

La cosa che più mi ha impressionato nelle varie interviste che ho ascoltato è stata comunque la straordinaria ricchezza di spessore culturale e di visione del mondo che queste persone di sangue misto hanno palesato nelle loro parole, dovuta proprio al fatto di avere in loro stessi la mescolanza di molte culture che convivono  e con le quali a volte devono addirittura combattere in un mondo dove tutto è bianco o nero, nel senso che se gareggi per l’Italia sei automaticamente italiano e basta. Sky, prima degli Europei, ha mandato in onda una lunga intervista a Sara Curtis che mi ha affascinato per il modo estremamente lucido nel quale lei ha sviscerato i problemi che ha dovuto e deve ancora affrontare proprio per il fatto di essere troppo abbronzata, diciamo così. La profondità dei suoi ragionamenti mi ha molto colpito, trattandosi di una ragazza ancora molto giovane e tutto sommato baciata dalla fortuna di essere una straordinaria sportiva. Un’altra cosa che mi ha colpito e fatto molto riflettere è stata l’intervista a Larissa Iapichino dopo la sua vittoria nel salto in lungo a Birmingham, nella quale ha continuamente asserito di essere e di sentirsi italiana, ma, quasi scusandosi, ha detto anche che è stata molto commossa dal fatto che a venire a vederla e a sostenerla è stata tutta la parte della famiglia di sua madre, zii e cugini compresi, che sono, lo ricordo, inglesi di colore. Ecco, che uno debba quasi scusarsi per questa cosa assolutamente normale della doppia appartenenza più culturale che etnica in sé, è una cosa che non sopporto. Capisco che per una persona non nata in regioni di frontiera e di appartenenza etnica e culturale unica e certa da molte generazioni questo tipo di problemi che queste persone devono affrontare siano incomprensibili (il mio pensiero va subito a Buck, pur persona di cultura spaziale), ma sono cose che con il tempo bisognerà cominciare a comprendere per forza, soprattutto quando in un mondo futuro e sicuramente più felice tutta l’umanità sarà mescolata con un’infinità di colori e tratti somatici ai quali nessuno più farà caso. Non solo, ma come anche qualsiasi manuale di genetica base afferma, il progresso di una specie è direttamente proporzionale alla vorticosa mescolanza di geni il più diversi possibili, progresso tanto fisico (già ora mi fa paura, nel senso buono, la potenzialità ancora inespressa della mescolanza giallo-nera che secondo me può produrre atleti di capacità finora inimmaginabili) quanto mentale con il cervello e il cuore che già da bambini danno una visione quasi stereoscopica del mondo che nessuna “razza pura” potrà mai avere.

Ci sarebbe ovviamente molto da parlare sui valori tecnici che questi eccellenti europei in ambedue le discipline olimpiche per eccellenza e tradizione hanno espresso, tipo per esempio la rinascita dello sport ex DDR con la scuola di Magdeburgo che ha espresso non solo il fenomeno Liebmann nel nuoto, ma anche eccellenti atleti. Tempo fa scrissi che, per quanto farabutti in fatto di doping, i tecnici tedeschi dell’est erano comunque molto più capaci e preparati di quelli dell’ovest e che il crollo dello sport tedesco dopo la riunificazione era dovuto al semplice fatto che questo scrigno di conoscenze tecniche era stato messo da parte per ragioni “morali” (per me semplicemente politiche). Fui praticamente lapidato dai vostri commenti e dunque questo piccolo fatto mi ha fatto molto piacere con una sensazione di piccola vendetta, nel senso che, forse, dopo tanto tempo da quelle parti si sono finalmente accorti che le capacità e le conoscenze contano a prescindere. Tutta questa cosa mi ricorda la discussione che ebbi con un amico che mi confessò di aver votato alle politiche per i 5stelle con l’intenzione di mandare per aria il mefitico e corrotto parlamento italiano, al che io gli ribattei che si era semplicemente sparato negli zebedei: quando mi spande il lavandino, la mia prima preoccupazione è quella di chiamare un idraulico capace, se poi è anche onesto tanto meglio, ma le priorità sono blindate. La politica è una professione che necessita di tanta scuola e di esperienza sul territorio e votare per gente che si definiva orgogliosa di essere dilettanti allo sbaraglio era una cosa che non avrei fatto mai neanche sotto tortura.

Passando a cose meno difficili tanto di cappello a Luka Dončić che a questo punto in Slovenia dovrebbero nominare ministro per il turismo honoris causa. Da buon boss dei Los Angeles Lakers, come forse saprete, ha convinto tutta la squadra a fare una settimana di team building in Slovenia. Hanno visitato Lubiana con la classica gita in barca sulla Ljubljanica, il lago di Bled dove hanno vogato sul famoso percorso di canottaggio, hanno firmato autografi ai ragazzini quando hanno visitato il campo all’aperto dove Luka ha cominciato a giocare a basket e che poi ha rimesso a posto a sue spese (assieme a tanti altri campetti in tutta la Slovenia assieme a Goran Dragić), e alla fine hanno anche visitato l’ospedale pediatrico facendo strafelici i bambini ricoverati. Il tutto seguiti passo a passo dai circa 20 milioni di follower a testa fra Instagram e Facebook che seguono i Lakers nel mondo con la promozione per la Slovenia che potete immaginare. Sarà anche antipatico a tutti voi, ma per la sua nazione è un promoter straordinario. Se poi pensate che presto davanti al Forum (o dovunque giochino a hockey su ghiaccio) metteranno una statua celebrativa del capitano di lungo corso dei Kings che ha appena chiuso una carriera durata più di 20 anni con la conquista di due Stanley Cup di nome Anže Kopitar da Jesenice, si può concludere che la Slovenia è molto presente e riconoscibile nella metropoli californiana. Il che assolutamente non guasta per il buon nome di un minuscolo e altrove sconosciuto paese.

Ancora basket con l’argento dell’Under 16 femminile slovena agli Europei di categoria in Romania. Dopo l’impresa in semifinale che l’ha vista battere la favorita Francia, la Slovenia, evidentemente scarica, ha subito una batosta tremenda in finale contro le spagnole, 87 a 40. Di sfuggita: chiunque abbia mai allenato una squadra femminile sa che, quando non è giornata e si subisce un naufragio, al confronto quello del Titanic sembra una lieve avaria. Le squadre femminili sono così: funzionano attraverso equilibri orizzontali, mai verticali. Se dunque vanno in barca, ci vanno tutte assieme, se si esaltano, allora sono capaci di cose impensabili. Come dico sempre: il sesso femminile è estremo, dai vertici più sublimi che fanno pensare al paradiso alle brutture più totali, tipo le voci delle presentatrici delle scommesse su Sky che evidentemente sono selezionate in base a quanto meglio sanno imitare il suono straziante del coltello che gratta il piatto. Ma non è di questo che voglio parlare. Guardando i highlight della semifinale, nella quale la Slovenia è stata sempre avanti, anche se di poco, nel finale il canestro decisivo è stato segnato dal play Ajda Praper che ha imbucato a 90 secondi dalla fine una bomba dagli otto metri che ha scavato il solco decisivo. La cosa che mi ha colpito è stata la sua tecnica di tiro: un tiro velocissimo partito praticamente a due mani dalla pancia, senza alcun movimento di caricamento. E’ stato il tiro che secondo me dovrebbe essere insegnato alle ragazzine senza tentare di copiare il movimento che fanno i maschi che hanno una struttura morfologica completamente diversa da quella delle femmine. Si tratta di un mio vecchio pallino che non ho mai potuto mettere in pratica avendo smesso troppo presto di allenare squadre femminili, quello cioè di allenare le ragazze a gesti tecnici che esaltino le loro doti di straordinaria sensibilità manuale senza voler tentare di copiare i maschi che hanno capacità motorie e fisiche completamente diverse. Per me si tratta di un discorso affascinante che andrebbe studiato a fondo. Se volete potrei riparlarne, ma non credo che vi interessi quanto interessa a me.

Per finire rispondendo a Llandre che pensa che mi sono montato la testa per mie frequentazioni. Cosa dirà quando saprà che avrò una serata, o meglio tardo pomeriggio, al Festival della Gazzetta di Trento? Succederà il 2 di ottobre, quando alle 18 nella Sala Benvenuti (fantastico per uno di Capodistria che parla in una sala dedicata a un isolano!) presenterò il libro dedicato al basket NBA. Quel giorno sapete dove trovarmi.