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Visto che in questi ultimi tempi guardo molto poco sport, se non quello invernale che interessa ben pochi di voi, a parte seguire quello che fa Dončić, unico bagliore di luce in quel deserto che è l'NBA, e infatti proprio di lui volevo scrivere ma non avevo vere motivazioni, ne è conseguito che non mi sono fatto vivo per molto tempo. Devo comunque per prima cosa ringraziare tutti quelli che siete venuti alla sconvenscion, della serie pochi come non mai, vista la data infelice ma obbligata che ho dovuto scegliere, ma molto, molto buoni. Grazie soprattutto a Buck, a Llandre, a Leo, a Lofoten ed a Stefano che pur di non mancare si sono sobbarcati una bella sfacchinata in macchina. Spero che non siate rimasti troppo delusi.

Dicevo che non riuscivo a trovare le motivazioni per scrivere. Finché questa mattina, aprendo il blog, ho letto quanto postato da Stefano in merito ad una recensione di un libro scritto da una scrittrice serba. E nel quale ho letto papale papale la visione tutta serba di quanto è accaduto in Jugoslavia con tutta la serie, per me sloveno, stucchevole di luoghi comuni e clamorose omissioni (rimozioni?) di fatti storici forse insignificanti per i serbi, ma assolutamente fondamentali per capire le cose come stavano veramente. E devo dire che il sangue mi è andato in veloce ebollizione.

Sono perfettamente conscio per mia diretta esperienza di uomo di frontiera che sa benissimo cosa sono le memorie storiche e come possano essere tutte legittime viste da un determinato punto di vista, ma contemporaneamente completamente diverse se non direttamente opposte, e assieme a Marco Ballestracci abbiamo anche scritto un libro su tutto ciò, e dunque la scrittrice serba ha tutto il sacrosanto diritto di vedere le cose in quel modo, ma questo è il mio blog e dunque vorrei tanto che queste opinioni e queste visioni fossero postate altrove e non qui, perché con quanto letto mi trovo in totale e violento disaccordo.

Sono state due le cose che sono state per me un vero e proprio pugno nello stomaco. La prima (della seconda parlerò in fondo a questo mio sfogo, e sarà lì che ci saranno i veri fuochi d’artificio) è il fatto, citato en passant, che la storia comincia con la morte di Tito. Mentre è vero esattamente il contrario. Tutta la vera storia, che dura da più di un millennio, in realtà con la morte di Tito in effetti finisce e tutto quel che ne segue è una diretta e inevitabile conseguenza che qualsiasi normale che conoscesse un tantino la storia, e dunque i fatti, poteva prevedere praticamente con l’errore al massimo di qualche anno, o forse lustro, rispetto a quanto è poi accaduto. Dico lustro perché in effetti nessuno poteva prevedere che succedesse tanto presto, e ciò fu dovuto alla situazione internazionale con il crollo del comunismo in tutta Europa e con la crisi economica che massacrò la Jugoslavia, alle prese con un’inflazione da tre cifre mensili.

Allora i fatti storici che i serbi dimenticano sempre e comunque. Comincio con la Slovenia che è un caso a parte, per cui ne parlo adesso e poi non più, considerandola un corpo semplicemente molto poco affine al resto della Jugoslavia, attaccatavi per ragioni geopolitiche alla fine della prima guerra mondiale sull’onda emotiva (di molto breve durata, fra l’altro, ma nessuno lo dice mai) del risentimento verso l’Impero austriaco che aveva sempre trattato i suoi popoli slavi in modo subalterno rispetto all’asse austro-ungherese. Si parla di politica, attenzione, non di status sociale, in quanto dal punto di vista individuale l’ A.-U. era un Paese molto giusto senza alcun tipo di discriminazione etnica. Lo dirò per la cento miliardesima volta, sperando che finalmente entri in testa un po’ a tutti: lo sloveno è una lingua totalmente diversa dal serbo-croato, per un millennio la Slovenia è stata la marca più periferica di tutti i possibili Imperi germanici che ci sono stati, da Carlo Magno in poi per finire con gli Asburgo, la sua cultura nei secoli mai ha avuto nulla da spartire con quella dei serbo-croati, e dunque attaccare la Slovenia alla Jugoslavia è stata un’operazione analoga a quella che ci sarebbe stata se qualcuno avesse voluto attaccare il Portogallo alla Spagna o l’Olanda alla Germania con la scusa che comunque si trattava di Paesi che parlavano una lingua dello stesso ceppo indoeuropeo. Mi sembra che olandesi e portoghesi sarebbero stati molto poco volentieri d’accordo e allora perché, di grazia, avrebbero dovuto esserlo gli sloveni? Forse perché sono tanto pochi che nessuno si è mai preso veramente la briga di chiedere loro cosa volessero veramente? Il plebiscito del 1993 per l’indipendenza ebbe oltre il 95% di sì sull’oltre 90% di aventi diritto che si recarono a votare e dunque quale fosse la volontà degli sloveni non credo sia mai stata in dubbio. 

Altro argomento assolutamente fondamentale che viene sempre taciuto nel nome dell’ateismo forzato (a ragion più che veduta, ovviamente, viste le circostanze) dal regime comunista è quello che la Jugoslavia aveva un baratro religioso che divideva alla radice i suoi due popoli principali: i croati, cattolici fino al midollo con venature integraliste di tipo polacco, e i serbi, ortodossi altrettanto ardenti come ogni popolo che come vicini ha genti di religioni diverse e che soprattutto visse per quasi mezzo millennio sotto la dominazione ottomana. So che fra la maggioranza di voi che mi leggete queste cose religiose danno molto fastidio, ma pensate un po’ a quanto succede ancora oggi in Irlanda del Nord o fra sunniti e sciiti, per non parlare delle cruente guerre che vi furono in passato tipo la guerra dei 30 anni, e poi mi saprete dire. Perché queste cose in Jugoslavia dovessero essere derubricate a bazzecole non sono mai riuscito a capirlo.

Un'altra cosa che nessuno prende in considerazione fu quanto successe fra le due guerre, quando la Jugoslavia uscita dalla pace di Versailles fu a tutti gli effetti un regno a dominazione serba. La Jugoslavia fu divisa apposta in contee che non rispettavano per nulla le specificità etniche, religiose e culturali dei popoli che la abitavano per indicare in modo anche simbolico che i serbi vedevano in modo del tutto soggettivo il regno dei serbi, croati e sloveni (Kraljevina SHS) che era nato nel ’19. Cosa che subito generò fortissimi moti contrari soprattutto presso i croati e guarda caso nel ’32 un manipolo di terroristi (nord)macedoni ispirati e finanziati dai nazionalisti croati (ustaša, poi diventati sinistramente famosi durante la seconda guerra mondiale) uccise a Marsiglia il Re Alessandro. 

Ragion per cui la Jugoslavia che rifiutò il patto di alleanza con l’Asse nazifascista nel ’41 e fu occupata in un paio di settimane dalla Straf-expedition di Hitler (con ciò ritardando in modo fatale di un paio di settimane la prevista invasione della Russia) era già un calderone in piena ebollizione e sarebbe interessante che leggeste le Memorie di Galeazzo Ciano che continua come un fil rouge a lamentarsi dei jugoslavi che continuavano a rivolgersi a lui perché l’Italia li aiutasse a dipanare la sempre più intricata matassa delle relazioni interne che degeneravano a vista d’occhio. Nella fattispecie molto poco tempo prima dell’invasione tedesca il premier serbo Cvetković e il leader croato Maček avevano trovato un'intesa per dividere la Jugoslavia in due sotto-entità, l'occidentale sotto influenza croata e quella orientale sotto influenza serba, fra l'altro tracciando un linea di spartizione in Bosnia che molti anni dopo Milošević e Tuđman rispolverarono nei loro segretissimi colloqui di Karađorđevo prima che tutto saltasse in aria e scoppiasse la guerra.

Questa era dunque la situazione quando la Jugoslavia fu occupata e smembrata nel ’41. I primi movimenti partigiani nacquero in Slovenia (ebbene, sì!) per ovvia reazione alla brutale occupazione fascista (Italiani brava gente? “Qui si uccide troppo poco”, ebbe a dire una volta un generale italiano) a sud della Sava e nazista a nord del fiume, occupazione che fin dai primi istanti fece capire agli sloveni che, essendo un popolo inferiore, dovevano semplicemente assimilarsi o sparire. Chiaramente fra i partigiani c’era gente di tutte le possibili origini e opinioni politiche e religiose, ma col tempo successe che a prendere il comando delle operazioni anti italiane e tedesche furono i comunisti, molto più organizzati a livello globale, ben istruiti e supportati dall’URSS, e che avevano soprattutto un leader, Josip Broz detto Tito, di straordinarie capacità sia militari che soprattutto politiche che fin dall’inizio seppe cosa bisognava fare. Lui la storia della Jugoslavia fra le due guerre la conosceva benissimo anche per le esperienze vissute sulla propria pelle di agitatore politico molto inviso alle autorità, per cui nella sua visione la Jugoslavia del dopoguerra doveva evitare gli errori fatali della prima Jugoslavia. Giustamente, dal suo punto di vista, pensò a due capisaldi fondamentali per poterli evitare: il primo era quello di enfatizzare il fatto che nella nuova Jugoslavia i popoli vi entravano con ognuno la sua identità e pari peso politico per le decisioni a livello comune, e secondo che per riuscire a far stare in piedi una costruzione del genere occorreva un regime estremamente compatto e rigido nei confronti di qualsiasi rivendicazione di tipo nazionalistico.  

Durante la guerra, con i comunisti che avevano preso in mano tutto il potere nel movimento partigiano, quelli che comunisti non erano si trovarono spiazzati e, per odio al comunismo, diventarono collaborazionisti dei regimi fascisti di occupazione (le guardie bianche – belogardisti – in Slovenia, gli ustaša di Pavelić in Croazia, gente di una crudeltà che lasciò a volte interdetti gli stessi tedeschi, il tutto sotto la supervisione della chiesa cattolica sia in Slovenia che in Croazia, macchia indelebile che rimarrà per sempre sulla coscienza della chiesa cattolica, almeno a mio avviso), oppure crearono delle milizie pseudo partigiane che in teoria combattevano gli occupanti, ma che in realtà le fiancheggiavano in funzione anticomunista come i lealisti della corona di Draža Mihajlović in Serbia, i famosi četnici.

Alla fine della guerra Tito con tutta questa gente non ebbe alcun tipo di pietà: la maggior parte di quelli che non riuscirono a rifugiarsi in Argentina (tramite gli efficacissimi canali del Vaticano che salvarono tanti gerarchi nazisti, Eichmann in testa) o in Australia, fu semplicemente passata per le armi. E infatti ancora oggi in Slovenia vengono di continuo ritrovate raccapriccianti fosse comuni traboccanti di scheletri di soldati collaborazionisti uccisi a freddo dopo essere stati riconsegnati alle autorità jugoslave dagli inglesi presso i quali si erano rifugiati in Austria, fosse delle quali ai tempi della Jugoslavia nessuno era a conoscenza.

La Jugoslavia di Tito del dopoguerra nacque dunque con tutta una serie di terrificanti scheletri nell’armadio che furono magistralmente occultati e sepolti nel più profondo delle coscienze e dei ricordi dalla politica lungimirante del nuovo regime. La stabilità politica, la nuova costruzione strettamente federale dello Stato, ma soprattutto la nuova ventata di entusiasmo generato dalla politica socialista che finalmente dava rappresentanza e dignità anche ai poveri e agli emarginati stroncando gli odiosi privilegi delle classi privilegiate di prima della guerra, crearono fin dall’inizio un clima di convinto consenso grazie anche alla incredibile capacità del Maresciallo di curare la propria immagine pubblica. Quando poi Tito mostrò di possedere attributi al titanio sfidando Stalin ed il suo Cominform nel ’48 la stragrande maggioranza della popolazione lo seguì con entusiasmo mentre i comunisti ortodossi finivano uno dietro l’altro sull’Isola Calva (Goli Otok). Con lo smarcamento dalla politica dell’URSS la Jugoslavia acquistò un’enorme credito politico mettendosi poi alla guida del movimento dei Paesi non allineati, credito politico che si tramutò in grandi occasioni d’affari per le ditte jugoslave (pochi sanno, ma furono gli sloveni a costruire tutto il sistema di bunker di Saddam a Bagdad). La sua posizione geopolitica le valse anche un occhio di riguardo da parte degli USA, e in più Tito ebbe la semplice, ma geniale idea di aprire le frontiere e permettere tranquillamente di espatriare in cerca di lavoro con ciò acquisendo un’importantissima fonte di entrata di valuta pregiata prodotta dai “gastarbeiter” che veniva ad aggiungersi a quella che ogni anno veniva portata dal turismo nelle località del paradiso terrestre dalmata. Le rimesse esterne e i copiosi aiuti internazionali contribuirono a creare in Jugoslavia un sistema di welfare sociale estremamente giusto ed efficiente che in effetti faceva vivere le persone ben al di là di quanto avrebbero potuto permettersi vista la bassa produttività delle aziende rispetto a quelle del mondo occidentale tipica di tutti sistemi comunisti. O, come disse una sera il mio collega e grande amico Bruno Petrali a cena: “Tutti parlano del miracolo del dopoguerra italiano, o tedesco, o giapponese. Qui di miracoloso non c’è niente, lì si sono fatti sederi di scimmia per arrivarci. Il vero miracolo è qui in Jugoslavia, dove nessuno fa un tubo e tutti stanno bene”.

Questo è il periodo d’oro tanto rimpianto dai jugonostalgici, serbi in primis. E’ verissimo, gli anni dal ’60 fino alla morte di Tito nell’ ’80 sono stati anni molto belli che un po’ tutti ricordano con struggente nostalgia. Con due aggiunte però non da poco: intanto tutto quanto era fortemente drogato dalla rendita di posizione geostrategica e politica della Jugoslavia, e in più, per quanto il regime fosse all’apparenza estremamente liberale con possibilità praticamente illimitata di satira sia sociale che politica, sempre nell’ambito ovviamente della struttura mono partitica dello stato (chi osava metterla in dubbio finiva o in prigione o doveva emigrare), il KGB locale, l’UDBA, aveva antenne sofisticatissime per cogliere qualsiasi accenno nazionalista da dovunque provenisse che veniva stroncato ancora prima di nascere, visto che funzionava alla perfezione come tutte le “agenzie” simili dell’est europeo. Parlare di popoli, di nazioni, della loro storia, anche di quanto era successo fra le due guerre e durante la guerra era un tabù totalmente invalicabile e infatti la storia che si studiava a scuola era limitata a quanto avessero fatto i partigiani per liberare la Jugoslavia dai cattivi. Punto. Prima del 1941 non era successo niente (un po’ come la storia italiana dalle nostre parti, per la quale prima del 1945 non era successo niente).

Con la morte di Tito e con il crollo dell’unità forzata e tenuta in piedi dall’incommensurabile carisma del Capo era solo questione di tempo quando i nodi sarebbero venuti al pettine. E, mi dispiace per i serbi, ma questi sono i fatti, l’ascesa al potere di Slobodan Milošević in Serbia nell’ ’86 fu il catalizzatore che accelerò in modo inarrestabile la valanga. Le sue idee di una Serbia forte corroborata da un famoso memorandum dell’Accademia delle scienze e delle arti della Serbia con primo firmatario il professor Dobrica Ćosić che propugnava, appunto, un risveglio della nazione serba allarmarono subito tutti quanti e furono il primo motore per la conquista del potere in Croazia del partito ultranazionalista di Franjo Tuđman alle prime elezioni multipartitiche che si svolsero in Croazia nel ’90, 4 anni dopo, quando ormai le spinte centrifughe dalla Jugoslavia erano inarrestabili tanto in Slovenia che in Croazia. Gli scheletri, ma proprio tutti, uscirono prepotentemente dagli armadi e il resto è storia.

E qui arrivo ai fuochi d’artificio promessi all’inizio. Mi ha letteralmente fatto saltare sulla sedia quando ho letto l’incredibile, totalmente fuori dal mondo, indicatrice che chi l’ha scritto non ha capito un emerito c…o di quanto in realtà stesse succedendo, frase che “fu la Comunità internazionale, fomentata dal Vaticano, a accelerare in modo inarrestabile la tragedia aiutando i secessionisti, mentre solo una Jugoslavia unita sarebbe potuta entrare nell’Unione europea senza spargimento di sangue”. C’è in questa frase una cosa vera. La Comunità internazionale in effetti fece precipitare i fatti. Però facendo esattamente il contrario, insistendo in modo ottuso (sotto la spinta di Francia, Inghilterra e dell’ineffabile De Michelis, con gli americani, notoriamente analfabeti in fatto di comprensione delle cose che succedono un centimetro al di là del loro naso, al traino) a voler mantenere una Jugoslavia unita a tutti i costi, il che voleva dire far ritornare la Jugoslavia all’anteguerra, con cioè la Serbia a fare e disfare, e dunque assecondando in modo imbecille i progetti di Grande Serbia di Milošević. Mentre invece avrebbe dovuto sì insistere su una Jugoslavia unita, ma alle condizioni che tutti, meno i serbi, volevano: fare della Jugoslavia uno stato veramente federale, o meglio confederale, con grandissime autonomie soprattutto nel campo della politica economica da parte delle singole Repubbliche, trasformare insomma la Jugoslavia in una specie di mini Unione Europea. Il che era fra l’altro l’idea di base del più grande politico sulla scena in quei tempi, il Presidente sloveno Milan Kučan che, seppur comunista dalla nascita e a lungo Segretario della Lega dei Comunisti sloveni dopo aver fatto tutta la gavetta nelle varie organizzazioni giovanili del partito, ebbe la lungimiranza di capire che i tempi erano cambiati, che il mondo era cambiato e che quella sarebbe stata l'unica via percorribile. Non lo fu, anche perché nell'orgia nazionalistica che si era risvegliata dalle tombe i serbi erano ancora convinti che le Krajine e tre quarti della Bosnia appartenessero a loro e agirono di conseguenza. 

Insomma come detto all’inizio vi chiedo per favore di non postare più su questo sito interventi del genere, totalmente fuori dal mondo e dai fatti storici. Se qualcuno vuole raccontare fiabe della nonna si rivolga da qualche altra parte.